Il mostro silenzioso: perché nessuno parla della tassazione del capitale

27 Ottobre 2026by Andrea Bertucci

Il mostro silenzioso: perché nessuno parla della tassazione del capitale

di Andrea Bertucci

Questa è la storia di due compagne di scuola ed amiche da una vita: Camilla e Laura.

Si conoscono fino dalle elementari, entrambe sono cresciute in una città della provincia di Pescara. Hanno frequentato le stesse scuole fino alla maturità classica, che entrambe hanno conseguito con il massimo dei voti.

Camilla viene da una famiglia di umili origini, la mamma è un’assistente scolastico nelle scuole medie del paese, e alcuni pomeriggi alla settimana è assunta come colf in una famiglia di amici. Il papà è un operaio specializzato che viaggia per tutta la regione per lavorare in una società che prende appalti dall’ANAS. Non sono ricchi, ma non hanno mai fatto mancare nulla a Camilla, infatti anche dopo il diploma, hanno acconsentito che Camilla frequentasse la facoltà di Economia alla Sapienza, pur con grandi sacrifici. Camilla ha mantenuto all’università lo stesso rendimento del liceo laureandosi dopo soli due anni e mezzo con il massimo dei voti, ha trovato subito lavoro in una banca a Roma e guadagna 40mila euro lordi all’anno.

Il papà di Laura è il discendente di una vecchia famiglia nobile, suo nonno, prima della XIV disposizione della Costituzione che ha stabilito che i titoli nobiliari non sono riconosciuti, era Marchese. La sua tenuta si estendeva per quasi 250 ettari e metà paese lavorava nei soli 100 ettari che aveva messo a reddito: i rimanenti 150 erano boschivi per legna da ardere e battute di caccia. Adesso il padre gestisce una ricca azienda agricola e gode, oltre che del reddito da lavoro, di reddito da capitale che i propri avi hanno accantonato nel corso dell’esistenza della loro famiglia. Camilla molto spesso era invitata da Laura a casa sua ed è sempre stata trattata come una di famiglia. Tuttavia, a Laura, una volta diplomatasi, i genitori hanno deciso di regalarle un dossier titolo con titoli di stato pari a mezzo milione di euro, che le frutta un rendimento di 20mila euro all’anno, inoltre i genitori hanno deciso di assumerla nell’azienda agricola come impiegata e, vista la gavetta che dovrà fare, guadagna ulteriori 20mila euro all’anno

Camilla e Laura in tutto guadagnano esattamente la stessa cifra lorda ogni anno, ma andiamo per bene ad analizzare quanto effettivamente rimane in tasca ad ognuna delle due amiche.

 Camilla  Laura
Reddito da Lavoro      40.000,00 €    20.000,00 €
Reddito da Capitale    20.000,00 €
Aliquota sul lavoro 26% 23%
Aliquota sul capitale 12,50%
Imposta lorda      10.400,00 €      7.100,00 €
Reddito netto      29.600,00 €    32.900,00 €
Aliquota totale 26% 18%

 

Tale simulazione è volutamente semplificata poiché non vengono considerati i contributi od eventuali detrazioni. L’esempio confronta esclusivamente l’imposizione personale sui redditi, prima di detrazioni e contributi previdenziali. Non ricostruisce una busta paga né il prelievo complessivo sulle due persone.

Nel caso descritto, a parità di reddito complessivo lordo, la diversa provenienza delle entrate determina una diversa imposta personale.

Il fallimento dello stato

Questo è il fallimento della funzione redistributiva dello Stato. Infatti l’obiettivo dello stato è la redistribuzione delle ricchezze secondo il principio di solidarietà. Occorre chiedersi quanto il sistema realizzi questo obiettivo. L’articolo 53 della Costituzione dichiara un criterio molto semplice:

Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.

Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Il criterio di progressività è molto semplice: maggiore è la base contributiva (ovvero l’importo sul quale si applica l’aliquota) maggiore è la percentuale di tasse che dovranno essere pagate. La ratio di tale principio è comprensibile: una certa quota dello stipendio serve per soddisfare i bisogni base come cibo, casa, trasporti… tutto il reddito che si percepisce oltre tale soglia è in eccesso e va pertanto tassato maggiormente.

C’era una volta l’IRPEF

Nel 1973, con il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597 è stata creata l’IRPEF ovvero l’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche. La riforma organizzò l’imposizione personale intorno a un’imposta progressiva sul reddito complessivo — stipendi, affitti, rendite — senza però eliminare tutte le esenzioni e i regimi separati. Sarebbero state previste 32 aliquote con scaglioni tra i 2 e i 500 milioni di lire di allora, che equivalgono a 19.749 euro e 4.937.327 euro. Gli scaglioni partivano dal 10% fino al 72%.

Aliquota media IRPEF 1973 vs IRPEF oggi
Aliquota media IRPEF 1973 vs IRPEF oggi

Ad oggi l’irpef è stata ridotta a soli tre scaglioni, incrementando l’aliquota media lorda per i redditi più bassi e decrementandola notevolmente per i redditi più alti.

Questa asimmetria, oltre a rappresentare una forte mancanza del principio di solidarietà, ha un forte impatto a livello di entrate dello stato.

Infatti, secondo le analisi statistiche basate sulle dichiarazioni dei redditi IRPEF 2025 (anno d’imposta 2024) elaborate dal MEF, il reddito complessivo dichiarato dai quasi 43 milioni di contribuenti è pari a 1.076,3 miliardi di euro.

Reddito complessivo Contribuenti (mln) Quota contribuenti Reddito dichiarato Quota del reddito IRPEF netta Quota dell’IRPEF IRPEF/reddito dichiarato
Fino a 15.000 € 15,39 35,94% 101,2 mld € 9,40% 5,06 mld € 2,57% 5,00%
15.000–29.000 € 14,50 33,84% 321,3 mld € 29,85% 37,61 mld € 19,06% 11,71%
29.000–50.000 € 9,66 22,56% 349,6 mld € 32,48% 66,25 mld € 33,57% 18,95%
50.000–100.000 € 2,53 5,90% 169,1 mld € 15,71% 43,85 mld € 22,21% 25,94%
100.000–300.000 € 0,69 1,61% 100,9 mld € 9,37% 31,52 mld € 15,97% 31,27%
Oltre 300.000 € 0,06 0,14% 34,3 mld € 3,19% 13,07 mld € 6,62% 38,09%
Totale 42,84 100% 1.076,3 mld € 100% 197,37 mld € 100% 18,34%

Fonte: elaborazione dell’autore sulle statistiche IRPEF del Dipartimento delle Finanze (MEF), anno d’imposta 2024. Contribuenti e reddito provengono dal prospetto generale; l’IRPEF netta dall’elaborazione per classi di età, con una platea marginalmente diversa.

 

La maggior parte dei contribuenti, il 92%, si trova sotto la fascia dei 50mila euro, ovvero l’ultimo scaglione dell’attuale IRPEF, tuttavia contribuiscono soltanto al 72% del reddito e al 55% del gettito fiscale. Il rimanente 8% dei redditi più alti contribuisce al 45% del gettito IRPEF.

Non è una questione di numero di scaglioni

Il confronto con il passato può far pensare che il problema sia il passaggio da trentadue scaglioni a tre. Ma contare gli scaglioni non basta a misurare l’equità di un sistema fiscale.

Un sistema con pochi scaglioni può essere progressivo. Uno con molti scaglioni può lasciare fuori dalla progressività una parte importante dei redditi. La domanda decisiva, quindi, non è soltanto quanto aumentino le aliquote al crescere dell’imponibile. È anche quali entrate concorrano a formarlo. L’IRPEF può essere progressiva al proprio interno e, contemporaneamente, convivere con trattamenti molto differenti per redditi che restano fuori dalla sua base. È questa distinzione che occorre tenere presente quando si confrontano lavoro e capitale: non basta osservare la scala delle aliquote; bisogna guardare anche alle porte d’ingresso e alle uscite del sistema fiscale. La comparazione dell’OCSE mostra quanto siano differenti i trattamenti delle varie forme di risparmio, anche all’interno dello stesso Paese. In Italia i redditi da capitale vengono tendenzialmente tassati dal 12,5% al 26%.

Perché il capitale viene tassato diversamente?

La risposta non può essere semplicemente che il legislatore voglia favorire chi è ricco.

Esistono ragioni economiche per distinguere il capitale dal lavoro: gli incentivi al risparmio, la mobilità degli investimenti e, per i dividendi, l’esigenza di considerare anche la tassazione degli utili societari prima della distribuzione. I sistemi duali, che combinano un’imposta progressiva sul lavoro con una tassazione proporzionale del capitale, nascono anche da queste considerazioni. Riconoscere queste ragioni non significa però accettare qualsiasi differenza di trattamento. Significa sottoporla a una verifica.

Quale obiettivo persegue ciascun regime? Quale beneficio produce? Chi ne usufruisce? Sarebbe possibile raggiungere lo stesso risultato con un trattamento meno diseguale?

Il punto non è negare che il risparmio meriti tutela. È evitare che la tutela del risparmio diventi una giustificazione generale, valida per qualsiasi patrimonio e per qualsiasi rendimento.

I dati IRPEF raccontano soltanto una parte della storia

La tabella precedente mostra che i contribuenti con redditi dichiarati più elevati sostengono una quota dell’IRPEF superiore alla loro quota di reddito. Questo risultato va riconosciuto: all’interno del perimetro osservato, l’imposta è progressiva.

Ma non risponde ancora alla domanda iniziale.

Per confrontare davvero Camilla e Laura occorre considerare anche i redditi sottoposti a tassazione separata o sostitutiva. Altrimenti si rischia di misurare con grande precisione la progressività di una parte del sistema e di attribuire quel risultato all’insieme.

Sono due domande diverse: «quanto contribuisce chi dichiara un reddito IRPEF elevato?» e «quanto contribuisce chi dispone di un reddito economico complessivo elevato?». La seconda richiede di ricostruire anche le componenti che non confluiscono nell’imposizione progressiva ordinaria. È proprio l’eterogeneità dei trattamenti del capitale a rendere necessario questo passaggio (fonte: OCSE)

Il problema non è Laura

Laura non ha commesso alcuna irregolarità. Non ha scelto la famiglia in cui nascere, così come Camilla non ha scelto la propria. Entrambe applicano le regole esistenti.

Il problema dell’esempio, dunque, non è morale. È istituzionale.

Se vogliamo discutere di merito, dobbiamo chiederci come il sistema tratti chi sta cercando di costruire una sicurezza economica attraverso il lavoro rispetto a chi quella sicurezza l’ha già ricevuta. Non si tratta di sostenere che il patrimonio ereditato debba essere una colpa. Si tratta di decidere se, e in quale misura, la provenienza del reddito debba incidere sulla partecipazione alle spese comuni.

È qui che il confronto tra le due amiche diventa politicamente rilevante: non perché una sia meritevole e l’altra no, ma perché il loro uguale reddito annuo si accompagna a possibilità economiche molto diverse.

Che cosa dovrebbe cambiare?

Una riforma coerente dovrebbe partire da un obiettivo dichiarato: ridurre le differenze di trattamento che non trovano una giustificazione verificabile.

Da questo obiettivo potrebbero discendere tre criteri.

Il primo è la trasparenza: pubblicare una lettura integrata dei redditi ordinari e di quelli soggetti a imposte sostitutive, per quanto consentito dai dati disponibili.

Il secondo è la tutela selettiva: distinguere il piccolo risparmio di sicurezza dai grandi flussi di reddito patrimoniale, invece di considerarli necessariamente equivalenti.

Il terzo è la coerenza: valutare insieme aliquote, detrazioni, contributi e imposte patrimoniali, senza confrontare soltanto la voce che di volta in volta rende più convincente una tesi.

Non esiste un’unica soluzione obbligata. La stessa OCSE sottolinea che migliorare la tassazione del risparmio non significa necessariamente aumentarla ovunque, ma renderla più neutrale tra investimenti e più coerente con gli obiettivi di equità ed efficienza.

Tornare a Camilla e Laura

Alla fine, la questione è più semplice delle formule con cui viene amministrata.

Camilla e Laura hanno lo stesso reddito annuo, ma non la stessa posizione economica. Nel nostro esempio, la differenza nella provenienza delle entrate si traduce anche in una differenza di imposta.

Possiamo ritenere questa differenza giustificata? Possiamo considerarla eccessiva? Possiamo scegliere di tutelare alcune forme di risparmio e non altre?

Ma dovremmo almeno discuterne apertamente.

Il problema non è che Laura possieda un patrimonio. È chiedersi se il sistema offra a Camilla una possibilità ragionevole di costruirsene uno.

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