Non è una rivolta: è un conto che arriva!
di Andrea Bertucci
Da Torino al casello di Nola, l’Italia che lavora ha smesso di credere alla favola. Ed è ora che chi governa lo capisca.
C’è una frase che in questi giorni si sente ripetere nei talk show, nei comunicati di partito, nelle note di palazzo: “l’Italia è un Paese solido”. Lo dice la maggioranza, che rivendica occupazione record e conti in ordine. Lo dice, con qualche distinguo, anche l’opposizione, che contesta i numeri ma non il copione. Poi si accende il TG e si vedono le piazze di Milano, Torino e Bologna piene di gente che protesta contro il caro vita, e i caselli del Sud occupati da camion e trattori. E si capisce che quella frase, fuori dai palazzi, non la crede più nessuno.
Sabato 17 ottobre, secondo le stime riportate da Sky TG24, in piazza c’erano circa 5.000 persone a Milano, 3.000 a Torino, 2.000 a Bologna, 800 a Bergamo e 600 a Brescia. Scendevano in strada, come scrive ANSA, contro “il caro vita, il costo della benzina e la pressione fiscale”. Nello stesso momento, da Poggio Imperiale sulla A14 fino ai porti siciliani, autotrasportatori e agricoltori tenevano presidi contro il caro gasolio. La mobilitazione, come ricostruisce Euronews, è partita a inizio ottobre tra Puglia e Calabria e si è allargata a Sicilia, Basilicata, Molise e Campania, con il sostegno di commercianti, cittadini e studenti.
Due Italie che di solito non si parlano: i trentenni delle città universitarie e gli autotrasporatori del Mezzogiorno. Eppure stanno dicendo la stessa cosa.
Va detto subito, e senza ipocrisie: a Milano la giornata è finita con piazza Duomo devastata, vetrine rotte, decine di feriti tra agenti e manifestanti e, secondo Euronews, 50 fermati, metà dei quali minorenni. Quella violenza non ha niente a che vedere con chi chiede di arrivare a fine mese, e anzi gli fa un danno enorme: regala a chi comanda l’alibi perfetto per parlare di ordine pubblico invece che di salari. Questo articolo sta con le migliaia di persone che hanno sfilato in pace, non con chi ha spaccato vetrine. Ma sarebbe un errore gravissimo lasciare che i cassonetti in fiamme coprano la domanda che quelle piazze stanno facendo.
Marco, 110 e lode, e uno sfratto in arrivo
Marco ha trentun anni e sabato era in via Po, a Torino, con un cartello scritto a mano: “Laureato, assunto, sfrattato”. Niente cappuccio, niente sassi. Quando il corteo è degenerato se n’è andato, con la rabbia di chi vede rovinato anche l’unico momento in cui si era sentito meno solo.
Si è laureato in Economia con 110 e lode, ha fatto un master e uno stage non pagato, poi è entrato in una grande banca Italiana, nell’ufficio crediti. Contratto a tempo indeterminato, la cosa che i suoi genitori gli avevano insegnato a considerare un traguardo. Guadagna circa 1.750 euro netti al mese. Sul suo cedolino il 9,19% dello stipendio lordo va all’INPS per la pensione; il resto, fino al 33%, lo versa la banca. Sono le aliquote ufficiali del Fondo lavoratori dipendenti riportate dall’INPS. Marco sa bene che anche la quota del datore è, a tutti gli effetti, parte del costo del suo lavoro: soldi che, forse, non vedrà mai.
Il bilocale in cui vive da cinque anni, a San Salvario, sta per diventare un affitto breve. Nonostante la buona condotta tenuta in questi anni il proprietario non è stato molto gentile “hai il diritto di prelazione, quindi o ti compri la casa a 300 mila euro o la vendo ad un fondo che gestisce affitti brevi”. Marco, ha iniziato a lavorare da poco, non è riuscito a mettersi da parte abbastanza soldi per ottenere un mutuo. Si chiama Loan to Value il rapporto tra il mutuo ed il valore della casa, lui lo sa bene, con i mutui ci lavora ogni giorno e la città non gli ha permesso di accantonare abbastanza per abbassare la cifra del mutuo.
A Torino, secondo un’analisi ripresa da ANSA, nel 2024 gli annunci Airbnb erano 9.734, l’85% dei quali per abitazioni intere. Le notti prenotate sono passate da 337.000 a 758.000 in sette anni, e i grandi gestori sono aumentati del 136%. A Bologna, ricorda il Corriere di Bologna, ci sono circa 4.600 alloggi per affitti brevi contro 12.000 case popolari, e chi non riesce più a stare in città si sposta in provincia. Il sindacato inquilini lo dice senza giri di parole: è “una finanziarizzazione del mercato dell’affitto che determina l’espulsione dei ceti medio-bassi”.
Non è una questione di qualche famiglia che arrotonda. Secondo uno studio di Federalberghi riportato dal Corriere della Sera, ad agosto 2026 in Italia c’erano 571.982 annunci su Airbnb. Il 67,5% era pubblicato da chi gestisce più alloggi, con casi limite di soggetti che ne amministrano più di 15.000. Quattro annunci su cinque riguardano case intere dove non vive nessuno.
Marco ha fatto tutto quello che gli era stato chiesto. Studiare, impegnarsi, accettare uno stage gratuito, entrare in un settore solido. E a trentun anni sta valutando di tornare al sud a vivere dai genitori. Non perché sia pigro o choosy, come qualche ministro ha detto della sua generazione. Ma perché i conti non tornano.
Salvatore, il camion e la cooperativa
Salvatore ha cinquantadue anni e da otto giorni dorme in cabina al casello di Nola, sulla A30. In famiglia erano in cinque e c’era un solo stipendio. A quattordici anni era già in officina; a ventuno aveva la patente C, a ventisei il primo camion usato, comprato con le cambiali e con i risparmi di anni di straordinari. Non ha mai preso una laurea. Ha passato la sua gioventù macinando di migliaia di chilometri, notti in piazzola, Natali passati lontano da casa.
Dieci anni fa, con altri sette camionisti della zona, ha fondato una cooperativa di autotrasporto. L’idea era semplice: insieme si compra il gasolio a prezzi migliori, si dividono le spese di officina, si tratta alla pari con la grande distribuzione, insieme si è più forti. Oggi la cooperativa dà lavoro a ventidue persone e anche ad una organizzazione che la parassita chiedendo il pizzo, ma è quello che si deve fare per sopravvivere al Sud. È esattamente l’Italia che i politici celebrano nei comizi: piccola impresa, lavoro, sacrificio: il Sud che non si arrende.
Ma ad ottobre il gasolio, in Italia, ha superato i 2,25 euro al litro, come riporta Today. Per un mezzo pesante che percorre 120.000 chilometri l’anno sono decine di migliaia di euro in più, che i committenti non riconoscono. Il margine è sparito. E così Salvatore è finito dove non avrebbe mai pensato di finire: a bloccare la strada che per trent’anni è stata la sua vita. Insieme a lui ci sono, circa 100.000 imprese in mobilitazione. Il governo ha risposto convocando un tavolo al ministero per il 27 ottobre. Nel frattempo, scrive il Sole 24 Ore, merci ferme e scaffali vuoti.
Salvatore non ha mai votato per i partiti “di protesta”. Ha sempre pensato che bastasse lavorare. Adesso dice una cosa sola: “Se aspettavamo la politica, eravamo già falliti”.
Lo stesso disagio, due generazioni
Marco e Salvatore non si conoscono. Uno ha studiato, l’altro no. Uno vive al Nord, l’altro al Sud. Uno lavora in un ufficio con l’aria condizionata, l’altro nella cabina del suo camion. Eppure condividono la stessa sensazione: aver rispettato le regole di un patto che, dall’altra parte, qualcuno ha smesso di rispettare.
Quel patto aveva un nome semplice: se lavori, stai meglio dei tuoi genitori. In Italia, oggi, non è più vero. Ed è un dato, non un’opinione.
Trentacinque anni di salari fermi
Secondo un’analisi dell’Ufficio parlamentare di bilancio ripresa dal Corriere della Sera, tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni reali lorde dei dipendenti italiani a tempo pieno sono diminuite dell’1,6%, all’ultimo posto tra i G20, mentre nella media dei Paesi OCSE sono cresciute del 35%. Come riporta Fanpage sugli stessi dati, in Francia sono salite del 33,4%, in Germania del 32,9%, negli Stati Uniti del 50,5%. E se si guarda alla realtà concreta di chi lavora, tra part-time involontari e contratti spezzettati, il calo arriva al 6,6%, secondo L’Espresso.
Per dirla in modo brutale: un italiano che lavora oggi guadagna, in termini di potere d’acquisto, meno di quanto guadagnava suo padre quando cadeva il Muro di Berlino. Siamo l’unico grande Paese avanzato in cui è successo.
Ai trentacinque anni di stagnazione si è aggiunta la fiammata dei prezzi. L’Istat certifica che, rispetto a gennaio 2019, a marzo 2025 la perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali era ancora del 10%. Nel 2024 e nel 2025 c’è stato un recupero, come riconosce correttamente Pagella Politica, ma alla fine del 2025 la distanza dal 2019 restava dell’8,6%. Una mensilità su dodici evaporata. Il governo ed i sindacati festeggiano il recupero; ma chi fa la spesa vede ancora la voragine.
Un sistema pensionistico che chiede tanto e promette poco
Il nostro sistema previdenziale è a ripartizione: i contributi di chi lavora oggi pagano le pensioni di chi è in pensione oggi. È un patto tra generazioni, ed aveva senso 50 anni fa. Ma un patto regge solo se è equo per entrambe le parti.
Ogni mese il 33% della retribuzione lorda di un lavoratore dipendente finisce all’INPS. Una parte di quei soldi finanzia pensioni calcolate con il vecchio sistema retributivo, più generoso di quello contributivo che toccherà a chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996. Molti di quei pensionati non sono ricchi, e sarebbe ingiusto dipingerli così. Ma una parte non piccola ha una casa di proprietà, comprata quando un’abitazione costava pochi anni di stipendio, e un patrimonio accumulato in un’Italia che cresceva. Chi oggi ha trent’anni sta pagando quella pensione senza alcuna garanzia di ricevere qualcosa di paragonabile.
Le proiezioni ufficiali non lasciano molti dubbi. Secondo i dati della Ragioneria generale dello Stato, chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996 e non matura una pensione abbastanza alta da uscire prima, dovrà aspettare 71 anni già oggi, con un requisito che sale a 71 anni e 10 mesi entro il 2035 e continuerà a crescere con la speranza di vita. L’OCSE, stima che gli attuali ventenni non andranno in pensione prima dei 71 anni, e che il tasso di sostituzione di un dipendente privato con 38 anni di contributi scenderà dal 73,6% del 2010 al 58,5% nel 2070. Un’analisi Eures sul futuro previdenziale dei giovani, disponibile qui, calcola per un giovane-tipo assegni netti intorno agli 800-1.100 euro, con uscite tra i 66 e i 73 anni. Lavorare di più, più a lungo, per avere meno.
Intanto, secondo il Corriere della Sera, oggi ogni 100 persone in età lavorativa mantengono 42 anziani; nel 2070 ne dovranno mantenere 67. Non è un’invasione di pensionati: è aritmetica. Ma è un’aritmetica su cui nessun governo, di nessun colore, ha avuto il coraggio di costruire un nuovo patto tra generazioni.
Chi decide del futuro che non vedrà
C’è poi una questione che non è economica ma è ancora più profonda. Le decisioni che peseranno sui prossimi cinquant’anni, dalle pensioni al clima, dalla casa al debito pubblico, vengono prese da una classe dirigente che quei cinquant’anni, in buona parte, non li vivrà. Non è una colpa anagrafica: esistono settantenni lungimiranti e trentenni miopi. Ma è un problema di rappresentanza. Chi ha un mutuo da pagare fino al 2055 ha un interesse diverso da chi ha già una casa e una pensione. E in Parlamento, nei consigli di amministrazione, ai vertici delle confederazioni sindacali, i primi sono pochissimi.
Il clima è l’esempio più chiaro. Secondo un rapporto di Oxfam Italia realizzato con lo Stockholm Environment Institute, nel 2019 l’1% più ricco della popolazione mondiale era responsabile del 16% delle emissioni di CO2 legate ai consumi, la stessa quota prodotta da cinque miliardi di persone. Il calcolo è discusso: un’analisi di verifica del Figaro osserva che include anche le emissioni delle imprese in cui i più ricchi investono, non solo il loro stile di vita. Ma il punto non cambia. Il conto della crisi climatica è stato accumulato soprattutto da chi aveva di più e da chi è venuto prima, e verrà pagato soprattutto da chi ha di meno e da chi viene dopo. Ondate di calore, alluvioni, raccolti persi: è il futuro di Marco, non di chi oggi decide quanto investire per evitarlo.
Un mondo in tempesta, deciso altrove
Tradotto: un presidente dall’altra parte dell’Atlantico, con il ciuffo arancione e lo sguardo fisso sui sondaggi di casa propria, prende decisioni che fanno salire il prezzo del pane in Calabria e il costo di un trasloco a Torino. E poi, invece di assumersene la responsabilità, dà la colpa a Kiev. Il populismo di chi dice di difendere “il popolo” si rivela, ancora una volta, una tempesta che si abbatte sui popoli degli altri. E i nostri governanti, invece di alzare la voce in Europa, si limitano a convocare tavoli tecnici.
Il gasolio che sta strangolando la cooperativa di Salvatore non è aumentato per caso. Secondo un’analisi del Corriere della Sera, l’impennata dei prezzi è da addebitare “quasi tutta” alla guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con la chiusura dello Stretto di Hormuz e l’interruzione della capacità di raffinazione nel Golfo. La vera causa del caro diesel è “la guerra in Iran, lanciata dalla stessa amministrazione Trump”, che ha spinto il petrolio oltre i 100 dollari al barile. E mentre la crisi morde, Donald Trump, come riporta il Financial Times, valuta di limitare l’export di gasolio americano per salvare le chance dei repubblicani alle elezioni di metà mandato, proprio mentre l’Europa dipende dagli Stati Uniti per oltre metà delle sue importazioni di diesel.
Il distacco, nero su bianco
Tutto questo spiega perché la politica, per milioni di italiani, sia diventata una cosa che “sta stretta”. Non è una sensazione: è misurabile.
Alle elezioni politiche del 2022 l’affluenza è scesa al 63,9%, il dato più basso nella storia della Repubblica. Secondo uno studio pubblicato sui Quaderni dell’Osservatorio elettorale, nel 1992 votava l’87,1% degli aventi diritto. Il partito più votato nel 2022 ha preso 7,3 milioni di voti, il livello più basso per una prima forza politica nelle ultime otto tornate, mentre gli astenuti superavano il 36%. Come ha calcolato il politologo Marco Valbruzzi in una ricerca citata dal Corriere della Sera, per la prima volta dal 1948 meno della metà della popolazione italiana è rappresentata in Parlamento.
Chi sono questi astenuti? Un’analisi dell’Università di Bologna sui dati Itanes mostra che nel 2022 il divario socio-economico tra chi vota e chi non vota si è allargato, con gli astensionisti sempre più concentrati nei settori più marginali della società. Secondo l’Istat, più di un quinto di chi non si informa mai di politica lo fa per sfiducia. In altre parole: chi sta peggio ha smesso di credere che la politica possa cambiare qualcosa. E non è un caso che il Sud, la terra di Salvatore, sia dove l’affluenza è crollata di più: in Campania e Calabria ha votato meno del 40% degli elettori, secondo TGCom24.
Il corteo di Torino era stato annunciato dai comitati come “apolitico e apartitico”, ricorda ANSA. Le proteste dei Tir sono nate in gran parte come “iniziative spontanee”, accanto a quelle sindacali, secondo La7. È questo il dato politico più importante di queste settimane: la gente si sta organizzando da sola. Non perché disprezzi la democrazia, ma perché sente che i canali tradizionali, partiti e sindacati, non trasmettono più la sua voce. Quando un lavoratore smette di andare in sezione o in sede sindacale e va a un casello autostradale, il problema non è il lavoratore.
Capitalismo o lavoro?
Si dirà che tutto questo è “il fallimento del capitalismo“. In parte è vero, e chi scrive non ha paura di dirlo: un sistema in cui una casa rende di più se la si affitta per tre notti a un turista che per quattro anni a un infermiere, in cui le catene svuotano i quartieri delle botteghe, in cui il patrimonio cresce e il lavoro si impoverisce, è un sistema che ha smarrito il suo scopo.
Ma bisogna essere precisi, perché la precisione è ciò che distingue una protesta da uno sfogo. Il problema italiano non è troppo mercato: è troppa rendita. È un Paese in cui conviene possedere più che produrre, ereditare più che intraprendere, aspettare più che rischiare. Salvatore, che ha costruito una cooperativa partendo da un camion usato, è un capitalista nel senso più nobile del termine: ha rischiato e creato lavoro. Ed è proprio lui a essere schiacciato, insieme a Marco, da chi incassa senza produrre. La protesta di queste settimane non è contro chi lavora e crea, ma contro un sistema che premia chi ha già e punisce chi prova a costruire.
Non abbassate la testa!
E allora, a Marco, a Salvatore, ai colleghi di ufficio e di cantiere, ai coetanei che fanno i conti con l’affitto e la rata dell’auto, a chi è già emigrato e a chi ci sta pensando, voglio dire una cosa sola: non abbassate la testa.
Non abbassatela quando vi diranno che i salari sono tornati a crescere, perché siamo ancora sotto il 1990. Non abbassatela quando vi diranno che le pensioni sono garantite, perché vi stanno chiedendo di lavorare fino a settant’anni per un assegno che basterà appena. Non abbassatela quando vi diranno che il caro gasolio è colpa di qualcun altro, sempre di qualcun altro. E non abbassatela nemmeno quando vi diranno che chi protesta è un violento: noi sappiamo la differenza tra chi rompe una vetrina e chi blocca un casello per non chiudere un’azienda, e la sanno anche loro.
Ma non lasciate che la rabbia diventi un sasso. Una vetrina rotta si ripara in un giorno; un movimento screditato non si ripara più. Chiedete cose precise: una legge seria sugli affitti brevi nelle città ad alta tensione abitativa; salari legati alla produttività e all’inflazione; un sistema previdenziale che non chieda ai trentenni di pagare tutto senza garanzie; una politica energetica europea che non dipenda dagli umori di Washington. Iscrivetevi, votate, candidatevi, riempite le assemblee e le urne con la stessa determinazione con cui avete riempito le piazze. L’astensione non spaventa nessuno: un’intera generazione che torna a votare, e vota per sé, spaventa tutti.
Noi siamo la parte di Paese che si spacca la schiena. Siamo quelli che fanno girare i camion, i conti, gli ospedali, le scuole, le banche. Siamo stati sbattuti come in una tempesta per trent’anni, e per trent’anni abbiamo chinato la testa sperando che passasse. Non è passata. Ed adesso è il momento di reagire!
Adesso la testa la stiamo alzando. È tempo che chi comanda se ne accorga. Ed è tempo di dire, insieme, con calma e senza paura: BASTA!
