TACO al sapore di petrolio
La marcia indietro di Trump sull’Iran, i post sul Truth e le scommesse di cui pochi in Italia vogliono parlare
8 aprile 2026
Ore 2 di notte, ora italiana. Mentre la maggior parte dell’Europa dorme, Donald Trump pubblica sul suo social Truth un comunicato che scioglie settimane di minacce verbali e non senza precedenti nella storia della diplomazia americana recente: accetta un cessate il fuoco di due settimane con l’Iran, mediato dal Pakistan, condizionato alla riapertura “completa, immediata e sicura” dello Stretto di Hormuz. L’annuncio arriva un’ora e 28 minuti prima della scadenza del suo stesso ultimatum, quello con cui aveva minacciato la distruzione sistematica delle infrastrutture di un paese di novanta milioni di persone.
Il mondo tira un sospiro di sollievo. I mercati festeggiano. Il petrolio crolla del 17 per cento in poche ore.
E qualcuno, da qualche parte, guadagna.
“A whole civilization will die tonight”
Per capire la portata della retromarcia di stanotte, bisogna rileggere quello che Trump aveva scritto appena 36 ore prima, il 7 aprile, sempre su Truth

“Un’intera civiltà morirà stanotte.” Non è una metafora bellica, non è retorica da campagna elettorale. È il presidente degli Stati Uniti che annuncia — in prima persona, dalla propria piattaforma social — la probabile annientamento di uno Stato sovrano.
Eppure il tono di quel post conteneva già, per chi sa leggerlo, il segnale della via d’uscita: “maybe something revolutionarily wonderful can happen, WHO KNOWS?” La porta era socchiusa. Come Trump ha sempre fatto in affari, in politica interna ed estera.
Due giorni prima, il 5 aprile, il registro era stato ancora più grezzo.

Il linguaggio da bullo, la firma presidenziale in maiuscolo alla fine, l’insulto diretto a un governo straniero. Un post che ha totalizzato 88mila like.
Quarantotto ore dopo: il cessate il fuoco.
Il pattern che Wall Street ha imparato a leggere
C’è un acronimo che circola da mesi nelle sale operative di Wall Street: TACO. Sta per Trump Always Chickens Out — Trump si tira sempre indietro. L’espressione è stata coniata da Robert Armstrong sul Financial Times e si è trasformata in qualcosa di più di una battuta: è diventata una strategia di investimento.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Trump annuncia una misura drastica — dazi punitivi, ultimatum militari, minacce di sanzioni —, i mercati reagiscono in preda al panico, e poi arriva la retromarcia, parziale o totale, che fa rimbalzare gli indici. Chi aveva scommesso sulla de-escalation incassa.
I precedenti sono numerosi e documentati. Nell’aprile del 2025, dopo aver proclamato i dazi globali del “Liberation Day”, Trump sospese gran parte delle tariffe entro 24 ore, provocando un rimbalzo del 9,5 per cento dell’S&P 500. Aveva portato i dazi sulla Cina al 145 per cento per poi tagliarli drasticamente nell’arco di settimane. Aveva minacciato il 50 per cento di tariffe all’Unione Europea per poi prorogare la scadenza. Aveva ventilato pubblicamente il licenziamento del presidente della Federal Reserve Jerome Powell per poi smentire tutto nel giro di ore.
Maximilian Uleer, Head of European Equity & Cross Asset Strategy in Deutsche Bank ha persino costruito un indice apposito per misurare quando la pressione del Presidente USA su mercati, inflazione e sondaggi diventa così alta da rendere probabile una sua correzione di rotta. Lo chiamano Pressure Index, ma il mercato lo ha già ribattezzato, inevitabilmente, Taco Index.
Le scommesse che arrivano prima dei comunicati
Il cessate il fuoco di stanotte è l’ultimo capitolo di una storia, ma nei giorni precedenti le principali testate di informazione finanziaria, Bloomberg e Reuters, hanno pubblicato inchieste infuocate, di cui forse in Italia si è parlato troppo poco.
IL 24 marzo scorso Bloomberg ha pubblicato un articolo evidenziando che contratti per 580milioni di dollari, ovvero 6 milioni di barili di greggio sono stati scambiati nei due minuti tra le 6.49 e le 6.51 del mattino del 23 marzo, quando la media di contratti scambiati a quell’ora è di circa 700mila barili. Alle 7.05, 16 minuti dopo lo scambio, Trump pubblica il seguente post, ora cancellato che ha fatto scendere il prezzo del petrolio del 3,57%, da 112 a 108 euro

Fortune in un articolo riporta che il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha chiamato le cose con il loro nome, scrivendo su Substack: “Abbiamo un’altra parola per le situazioni in cui persone con accesso a informazioni riservate sulla sicurezza nazionale — come i piani per bombardare o meno un paese — sfruttano tali informazioni a fini di lucro. Quella parola è tradimento.” Krugman ha anche sollevato una domanda inquietante: le decisioni di guerra e pace stanno in parte servendo la causa della manipolazione dei mercati piuttosto che l’interesse nazionale?
Il 29 marzo scorso, Reuters ha pubblicato un’inchiesta. La testata ha analizzato i movimenti di mercato nelle ore precedenti ad alcune delle principali svolte politiche dell’amministrazione Trump durante il suo secondo mandato, trovando almeno quattro casi in cui i dati di trading mostrano un’anomalia difficile da spiegare con la sola coincidenza.
Le scommesse riguardavano mercati diversi — opzioni su azioni, futures sulle materie prime, piattaforme di prediction market come Polymarket e Kalshi — ma condividevano una caratteristica: arrivavano prima degli annunci, con una tempistica e una dimensione che, secondo gli esperti sentiti da Reuters, “meritano di essere investigate”.

I casi documentati includono acquisti di opzioni effettuati nei minuti immediatamente precedenti all’annuncio della pausa sui dazi del Liberation Day, che ha poi fatto balzare l’S&P 500 del 9,5 per cento.
Infine, su Polymarket, una piattaforma su cui è possibile vendere ed acquistare scommesse, come fosse una borsa, il venerdì prima dell’inizio della guerra, una desueta ondata di oltre 150 account anonimi hanno piazzato centinaia di scommesse sull’inizio della guerra. E, in modo ancora più inquietante, sei account anonimi su Polymarket che hanno accumulato una posizione combinata da 1,2 milioni di dollari di profitto su scommesse legate all’uccisione della Guida Suprema iraniana Khamenei su posizioni finanziate nelle ore immediatamente precedenti agli attacchi americano-israeliani che lo hanno ucciso.
Andrew Verstein, esperto di insider trading alla UCLA School of Law, ha commentato senza mezzi termini: le operazioni “sembrano profondamente sospette” e mostrano schemi “che ci si aspetterebbe di vedere in caso di trading informato da parte di funzionari governativi e loro amici.”
La risposta dell’amministrazione e il vuoto regolatorio
La Casa Bianca ha risposto in modo prevedibile. Il portavoce Kush Desai ha dichiarato che le norme etiche governative vietano ai dipendenti federali di trarre profitto da informazioni non pubbliche, definendo “infondata e irresponsabile” qualsiasi insinuazione senza prove concrete.
La CFTC — la Commodity Futures Trading Commission, l’organo di vigilanza sui mercati a termine — ha dichiarato di essere in costante comunicazione con le borse “sulle operazioni che fanno scattare campanelli d’allarme”, senza però confermare l’apertura di un’indagine specifica.
Il problema, come segnalano gli esperti, è strutturale. La normativa sull’insider trading nei mercati delle materie prime e dei derivati è complessa e ancora in gran parte inesplorata sul piano giurisprudenziale. I mercati di “scommesse” come Polymarket operano in una zona grigia regolamentare. E l’attuale orientamento della SEC, sotto l’amministrazione Trump, sembra più incline a concentrarsi su frodi tradizionali che ad aprire fronti politicamente sensibili contro l’esecutivo stesso.
Steve Sosnick, capo stratega di Interactive Brokers, ha sintetizzato a Reuters, il paradosso: “Se si trattasse di un singolo attore o di un gruppo coordinato, sarebbe necessario un alto livello di coordinamento tra un gruppo diversificato di regolatori per arrivare alla radice del problema.”
Un cessate il fuoco fragile, domande che restano
Stanotte l’Iran ha festeggiato nelle piazze — le immagini delle bandiere tricolori per le strade di Teheran sono già diventate iconiche. Ma la stessa tv di stato iraniana ha definito la decisione di Trump una “umiliante ritirata”. I Pasdaran continuano a chiedere autorizzazione esplicita per ogni nave che attraversa Hormuz. Israele ha dichiarato che il cessate il fuoco non include il Libano. E Trump ha già avvertito: “Se l’accordo non è buono, torniamo subito in guerra.”
La tregua è fragile. Il quadro regolatorio sui mercati è lacunoso. E il pattern del TACO si è ripetuto ancora una volta con una precisione che inizia a somigliare sempre di più ad una coreografia.
Nessuno, al momento, può provare che qualcuno sapesse in anticipo l’esito di stanotte. Ma la domanda è legittima, e il giornalismo ha il dovere di porla: chi ha guadagnato dalla pace di questa notte, quando e quanto ha scommesso su di essa?
Andrea Bertucci
